In questo periodo ho avuto modo di visitare diversi Musei di Venezia, anche approfittando della interessante iniziativa “Musei in Festa”, che offre ingresso gratuito in alcune giornate, per i residenti La Città Metropolitana.
Ho visto delle cose veramente molto belle. Cose che non conoscevo, che avevo sempre snobbato e la domanda mi è sorta spontanea: perchè non ho mai avuto voglia di visitare prima questi luoghi?
La risposta è chiara e semplice.
Ci sono musei che, online, sembrano luoghi polverosi.
Siti freddi, testi lunghi, immagini piatte.
Esperienze che non ti fanno venire voglia di entrarci, né di approfondire.
Poi varchi la soglia.
E succede l’opposto.
Spazi curati, collezioni sorprendenti, storie potenti.
Un’esperienza che ti fa dire: “Wow. Non me lo aspettavo.”
E di nuovo mi faccio la stessa domanda, da marketer prima ancora che da visitatrice: Perché questa magia non esiste anche online?
Il problema non è il contenuto. È il racconto.
Molti musei possiedono qualcosa che i brand inseguono disperatamente:
• autenticità
• storia
• unicità
• bellezza reale
Eppure, quando comunicano online, sembrano dimenticarsene.
Il digitale diventa informativo, ma non coinvolgente.
Corretto, ma non desiderabile.
Istituzionale, ma non emozionale.
E qui entra in gioco una parola che probabilmente nel mondo culturale fa ancora paura: “sexy”.
Rendere un museo “sexy” non significa svilirlo.
Quando parlo di “sexy” nel marketing non intendo superficiale, frivolo o urlato.
Intendo capace di attrarre, di incuriosire, di creare desiderio.
Sexy è ciò che:
• ti fa fermare a guardare
• ti fa venire voglia di saperne di più
• ti fa dire “voglio esserci”
Se un museo è WOW dal vivo, ha già tutto per esserlo anche online.
Serve solo il coraggio di raccontarlo meglio.
Forse molte istituzioni pensano che:
• essere autorevoli significhi essere distanti
• essere seri significhi essere freddi
• parlare ai giovani significhi banalizzare
Risultato? Una comunicazione che parla di cultura, ma non fa innamorare della cultura.
Eppure le nuove generazioni non cercano meno profondità.
Cercano un linguaggio che le inviti ad entrare, non che le respinga.
Se il museo è vivo, perché online sembra spento?
La verità è scomoda: il digitale spesso non è considerato parte dell’esperienza culturale.
È visto come:
• un obbligo
• una vetrina
• un archivio
Mai come un’estensione dell’emozione che il museo è già in grado di offrire.
E invece dovrebbe essere:
• il primo contatto
• l’anticamera dell’esperienza
• il luogo dove nasce il desiderio di visita
La domanda giusta non è “perché investire nel digitale?”
Ma: perché continuare a nascondere qualcosa di straordinario dietro una comunicazione mediocre?
Se un museo riesce a stupire dal vivo, non ha scuse per essere noioso online.
Ecco il mio pippone di marketing:
• Il problema dei musei non è la mancanza di valore, ma la paura di renderlo attraente
• “Sexy” non significa banalizzare, ma attivare desiderio e coinvolgimento
• Il digitale non dovrebbe informare soltanto, ma preparare all’esperienza
• Un museo che è WOW dal vivo ha il dovere di esserlo anche online
• Non è una questione di mode, ma di responsabilità verso il pubblico.
Un’altra via esiste. Basta avere il coraggio di percorrerla.
Io quel coraggio ce l’ho.